Da vent’anni mi capita di spiegare le stesse cose a persone diverse.
Non perché i progetti siano tutti uguali. È vero il contrario: un aeroporto, una banca, un punto vendita, un’università e un centro commerciale hanno obiettivi, vincoli e pubblici completamente differenti.
Ma le domande iniziali tornano continuamente.
- Da dove conviene partire?
- Quale tecnologia serve davvero?
- Come si sceglie un CMS senza fermarsi alla lista delle funzioni?
- Chi produrrà e aggiornerà i contenuti?
- Come si integra il Digital Signage con i sistemi già presenti?
- Come si misura il risultato?
- Come si evita di costruire una rete di schermi costosa ma poco utilizzata?
Prima del libro c’erano le conversazioni
La mia formazione nasce dall’ingegneria elettronica e dalla ricerca universitaria. Negli anni ho lavorato su telecomunicazioni digitali, video processing, sistemi embedded e sviluppo software. Nel 2000 ho fondato Digilab2000 e successivamente ho sviluppato Echo Solution, una delle prime piattaforme italiane di Digital Signage.
Poi il mercato è cresciuto, le tecnologie sono diventate più complesse e il mio lavoro si è spostato sempre di più dalla singola componente alla progettazione dell’intero ecosistema. Dal 2012 collaboro con Navori Labs e ho continuato a confrontarmi ogni giorno con aziende finali, system integrator, rivenditori, installatori e reparti marketing.
In quasi tutti i progetti migliori c’era una fase che veniva prima della fornitura: il confronto. Una riunione, una demo, un sopralluogo, un workshop o semplicemente una serie di domande servivano a trasferire competenze e a mettere ordine nelle decisioni.
A un certo punto ho visto il pattern
Mi sono reso conto che una parte importante del valore che trasferivo non dipendeva dal singolo cliente. Era un patrimonio riutilizzabile.
Cambiano le dimensioni del progetto, il settore, il budget e le tecnologie. Ma restano validi alcuni principi: partire dagli obiettivi, capire il contesto, progettare contenuti e governance, scegliere l’architettura in funzione del risultato, prevedere la manutenzione e misurare ciò che conta.
Da qui è nata una domanda molto semplice: perché continuare a raccontare queste cose una persona alla volta, quando potrebbero essere utili a molte più persone?
Mettere in ordine l’esperienza
Scrivere il libro mi ha costretto a fare una cosa che nel lavoro quotidiano è più difficile: trasformare esperienza, intuizioni e casi reali in una sequenza leggibile.
Il risultato non vuole essere un manuale accademico e nemmeno un catalogo tecnologico. È un percorso che cerca di tenere insieme business, comunicazione e tecnologia. Perché nella realtà i progetti non arrivano divisi in capitoli: arrivano tutti insieme.
Il mio obiettivo è aiutare il lettore a commettere meno errori, fare domande migliori e riconoscere prima le decisioni davvero importanti.
Perché non volevo fermarmi al libro
C’è però un limite inevitabile: un libro viene chiuso, stampato e pubblicato. Il mercato no.
AI, audience analytics, Retail Media, programmatic DOOH, nuove piattaforme software e nuovi modelli hardware continueranno a cambiare. Per questo il libro ha generato il Digital Signage Knowledge Hub: un luogo nel quale approfondire, aggiornare e trasformare il metodo in strumenti utilizzabili.
È la prosecuzione naturale dell’idea iniziale. Prima trasferivo il know-how one-to-one. Il libro lo rende accessibile a molti. Il Knowledge Hub permette di mantenerlo vivo nel tempo.
Non ho scritto il libro per chiudere un argomento. L’ho scritto per aprire una conversazione più grande.
Dal libro al metodo.
Inizia dal primo capitolo oppure scopri Digital Signage che Vende nella versione completa.